Il metodo tradizionale

O come facevano i nostri nonni a coltivare il riso

In generale quando si parla di metodo tradizionale si intende la tecnica che l’agricoltore ha sempre di fatto applicato a partire dalla nascita dell’agricoltura che avvenne intorno al 3500 a.C.
Questa tecnica è rimasta immutata sino a dopo la fine della seconda guerra mondiale.

I nostri nonni e bisnonni non sfuggivano a questa regola e neanche la coltura del riso.

Inannzitutto ci vuole una risaia per poter fare del riso. Questo puo’ sembrare banale ma i campi dedicati alla coltura del riso hanno bisogno di un profilo altimetrico adeguato alla fase di sommersione. Questo permette di inondare la risaia in modo omogeneo evitando sprechi d’acqua. Una volta le risaie seguivano la pendenza naturale del terreno. Infatti non avendo macchinari moderni a disposizione era molto difficile spostare grandi quantità di terra e eseguire l’idoneo livellamento. Si organizzavano quindi piccole “camere” divise da molti argini che molte volte non erano neanche rettilinee.

Senza diserbanti o fertilizzanti chimici il più sovente si usavano metodi di lavorazione che obbligavano a far riposare una parte dei terreni. Questi potevano essere lasciati completamente incolti oppure venivano usati per colture alternative. Era infatti normale applicare la tecnica di coltura chiamata Sovescio : la parte dei terreni che erano stati precedentemente coltivati venivano in questo metodo lasciati incolti. Invece per gli altri campi pronti per il raccolto la prima operazione che si adempiva sulla futura risaia era la concimazione e in seguito l'aratura.

L'aratura, era ed é tuttora indispensabile per provocare l’ossidazione del terreno e permettere la sua aerazione. Questa avveniva ai principi del mese di marzo.

Inoltre essa permetteva l’affossamento degli elementi organici e/o del letame nel caso in cui fossero stati sparsi durante la precedente fase di concimazione.

Successivamente si doveva procedere sia all’erpicatura, passando con l’erpice fisso trainato da un cavallo guidato da un cavallante, sia con la zappatura (smottatura). Questa attività era affidata alle persone dette “obbligate” e che cioé abitavano in cascina ed erano impiegate con un contratto annuale.

La slottatura col badile

Veniva poi immessa l’acqua (la sommersione) che dava modo di evidenziare le parti di terreno affioranti, abbassate e spoltigliate precedentemente con zappe, mentre un cavallante livellava ulteriormente il terreno (la slottatura) passando con una tavola di legno trainata dall’animale. Questa operazione risultava particolarmente fastidiosa perché veniva compiuta a piedi nudi nell’acqua ancora fredda di marzo-aprile.

Ricordiamo anche che la sommersione avveniva con una quantità d’acqua maggiore rispetto ad oggi (quasi 20 cm contro i 3-5 di tuttora). Per coloro che si chiedessero perché il riso deve nascere nell'acqua, bisogna precisare che la principale funzione della sommersione è quella di proteggere il seme dagli sbalzi termici tra notte e giorno.

A questo punto avveniva la semina, compiuta un tempo da avventizi particolarmente esperti : i seminatori.  Essi dovevano cadenzare il passo alla gettata, per seminare uniformemente e nella quantità voluta (tradizionalmente un’emina alla pertica).

Dopo la semina iniziava un periodo di relativa pausa di lavoro in risaia. Si procedeva a qualche mondatura su alcune risaie in cui il riso era appena germogliato per estirpare l’erba bianca, un’infestante precoce. Oppure si ripuliva coi rastrelli la superficie dell’acqua da paglie galleggianti (frammenti di stoppie) e dallo strato di alghe.

Da fine maggio a giugno e, sporadicamente, in luglio si procedeva alla Monda vera e propria che permetteva di sradicare completamente tutte le erbacce e permettere al riso di crescere in un ambiente più appropriato.

Un altro tipo di Monda era effetuata agli inizi di giugno ed era quella legata al trapianto. Il trapianto era la tecnica tradizionale che portava la piantina di riso dai semenzai alla risaia. Con il trapianto si poteva utilizzare il terreno per altre colture (per esempio foraggio) prima della creazione della risaia. Inoltre evitava una precoce lotta agli infestanti. Il trapianto era il primo dei due lavori stagionali affidati alle mondine.

Durante il periodo di agosto e settembre avveniva la maturazione. Questo é il processo con il quale l’amido, accumulato essenzialmente nelle due ultime foglie, trasloca nelle cariossidi per effetuare la completa formazione del granello.

Nel periodo tra metà settembre e inizio ottobre avveniva infine il raccolto tramite la mietitura manuale. Il cereale veniva poi depositato sull’aia e si procedeva alla trebbiatura che permetteva di separare il chiccho dal resto della piantina.

Quando i covoni di riso erano transportati dai campi alle aie il cereale presentava un’umidità compresa fra il 20% e il 30%. Per evitare processi di deterioramento si doveva percui procedere all’essicazione. Il riso greggio, o risone , era in questo processo immesso negli impianti di essiccazione in modo tale che l’umidità scendesse al 14-15%.

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La slottatura col cavallo